- I bambini al di sotto dei 2 anni, o che frequentano scuole/asili, sono particolarmente a rischio per infezioni delle vie respiratorie.
- I farmaci antipiretici (Tachipirina, Sanipirina, Paracetamolo, Efferalgan, …) ed antinfiammatori (Nureflex, Antalfebal, Niflam, …) sono quelli maggiormente utilizzati nei bambini ed i cui dati sperimentali, se pur ridotti, sono positivi.
- Non esistono conferme decisive sull’utilità dei sedativi della tosse (Seki, Destrometorfano, …), mentre esiste uno studio che promuove l’uso del miele.
- Non esistono studi che dimostrino l’efficacia dei decongestionanti nasali nei bambini ed in Italia anche per questo motivo sono controindicati al di sotto dei 12 anni.
- L’aerosol è una buona soluzione per alleviare i sintomi.
- Non esistono conferme scientifiche dell’efficacia dei fluidificanti e degli antistaminici nei bambini.
- La fitoterapia non è supportata da studi rilevanti in età pediatrica, l’omeopatia ha un profilo di sicurezza pressochè totale.
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venerdì 9 settembre 2011
Tosse, febbre e raffreddore nel bambino: quali farmaci?
giovedì 2 giugno 2011
Carenza di ferro
L’articolo si propone di fare chiarezza in materia e precisamente di spiegare:
In cosa consiste la carenza di ferro.
Quali sono i suoi sintomi.
Quali sono le sue cause.
Come la si diagnostica.
Quali sono i possibili trattamenti.
Prima di procedere in tal senso una breve nota introduttiva per consentici di comprendere meglio quello che poi diremo.
L’emoglobina è una proteina presente nei globuli rossi del sangue che conferisce a questi ultimi ed al sangue stesso il loro caratteristico colore rosso rubino. Il compito dell’emoglobina è di trasportare l’ossigeno legato nei polmoni, in tutto il corpo e rimuovere dalla periferia l’anidride carbonica. Per poter assolvere a tale compito essa ha una particolare e complessa struttura spaziale. Infatti è costituita da 4 diversi globuli proteici ognuna delle quali ha al suo interno quello che i chimici chiamano un gruppo “Eme” ossia un complesso chimico contenente un atomo di ferro. I gruppi Eme sono importanti perché riescono a legare molecole di ossigeno e poi scambiarle con anidride carbonica e quindi consentono all’emoglobina di svolgere la sua vitale funzione.
Cosa è la carenza di ferro.
Secondo l’OMS si parla di carenza di ferro o anche di anemia sideropenica se i valori di emoglobina risultano:
Inferiori a 14 milligrammi/decilitro per gli uomini.
Inferiori a 12 milligrammi/decilitro per le donne.
Inferiori a 11 milligrammi/decilitro per le donne incinte.
Gli alimenti che sono ricchi di ferro sono: la carne, il fegato, i crostacei, la frutta secca, vegetali a foglia larga verde come gli spinaci.
Sintomi della carenza di ferro.
Stanchezza immotivata.
Mal di testa.
Giramenti di testa e vertigini.
Infiammazione delle mucose della lingua e loro inspessimento(glossite atrofica).
Tagli agli angoli della bocca.
Infiammazione ed inspessimento della mucosa dell’esofago accompagnata da problemi di deglutizione.
Infiammazione ed inspessimento della mucosa dello stomaco e problemi digestivi.
Malassorbimento intestinale provocato da problemi alle mucose.
Fragilità delle unghie.
Fragilità dei capelli.
Ingrossamento della milza.
Problemi dell’umore.
Insonnia.
sabato 21 maggio 2011
Quinta malattia
La quinta malattia in realtà è solo una malattia virale che la maggior parte di ragazzi supera rapidamente e senza complicazioni.
La quinta malattia è chiamata anche eritema infettivo ed è causata dal parvovirus B19. Il virus umano responsabile della quinta malattia non è lo stesso parvovirus con il quale hanno a che fare i veterinari, che può colpire animali domestici, e non può essere passato da umani ad animali e viceversa.
Gli studi dimostrano che sebbene il 40% – 60% per cento degli adulti in tutto il mondo abbiano dato prova in laboratorio di un’infezione da parvovirus B19, la maggior parte di questi adulti può non ricordare di aver avuto sintomi di quinta malattia. Ciò porta gli esperti medici a credere che molte persone con infezione da B19 abbiano avuto sintomi molto lievi o addirittura nessun sintomo.
La quinta malattia è diffusa in ogni parte del mondo, focolai di parvovirus tendono a diffondersi nel tardo inverno e all’inizio della primavera, ma possono esserci sporadici casi di malattia in ogni altro periodo dell’anno.
Sintomi
La quinta malattia inizia con una febbre lieve, mal di testa e sintomi influenzali (naso rosso o naso che cola). Questi sintomi poi svaniscono e la malattia sembra aver fatto il suo corso, finché un’eruzione appare qualche giorno più tardi. La manifestazione di colore rosso acceso appare prima sul viso, alcuni giorni più tardi si diffonde con un colore rosso, di solito più leggero, e si estende al tronco, alle braccia, e alle gambe risparmiando spesso le palme delle mani e le piante dei piedi.
Quando l’eruzione inizia schiarirsi tende ad assumere un aspetto simile ad un reticolato.
I bambini con età inferiore ai dieci anni hanno più probabilità di avere l’eruzione, ma i bambini più grandi e gli adulti lamentano più spesso prurito. Possono servire fino a 3 settimane perché l’eruzione cutanea svanisca completamente e durante tale periodo questa sembra peggiorare finché svanisce del tutto.
Alcuni tipi di stimolo (come la luce del sole, il calore, l’esercizio e lo stress) possono riattivare l’eruzione fin quando essa non è passata. Altri sintomi che possono manifestarsi a volte con la quinta malattia includono gonfiore alle ghiandole, occhi rossi, mal di gola, diarrea a e raramente eruzioni cutanee di aspetto simile a vescicole e lividi. In alcuni casi, soprattutto negli adulti e negli adolescenti, un attacco di quinta malattia può essere seguita da gonfiore o dolore, spesso alle mani, ai polsi, alle ginocchia o alle caviglie.
Contagiosità
Una persona con infezione da parvovirus è più contagiosa prima che appaia l’eruzione, anche durante il periodo di incubazione (il tempo che trascorrere tra l’infezione e il manifestarsi dei sintomi) e durante il periodo in cui essa ha solo lievi sintomi respiratori.
Poiché l’eruzione da quinta malattia è dovuta una reazione immunitaria (una risposta di difesa lanciata dal corpo contro sostanze estranee come ad esempio i virus) che si verifica solo che dopo l’infezione è passata, il bambino di solito non è più contagioso all’apparire dell’eruzione.
Il parvovirus B19 si diffonde facilmente da persona a persona con i fluidi provenienti da naso, bocca e gola, in particolare attraverso le goccioline che provengono da tosse e starnuti. Nelle famiglie dove un bambino ha la quinta malattia gli altri membri della famiglia che non hanno avuto in precedenza il parvovirus B19 hanno circa il 50 per cento delle possibilità di contrarre a loro volta l’infezione.
I bambini con manifestazione cutanea di quinta malattia possono frequentare l’asilo o la scuola in quanto non più contagiosi.
A seguito della contrazione della quinta malattia il soggetto sviluppa immunità e di solito non può essere infettato nuovamente.
Quinta malattia e gravidanza
L’infezione da parvovirus B19 durante la gravidanza può causare problemi al feto. Alcuni bambini possono sviluppare una grave anemia, se la madre ha contratto la quinta malattia durante il corso della gravidanza – soprattutto se l’infezione si verifica durante la prima metà della gravidanza. In alcuni casi questa anemia è talmente grave che il feto non sopravvive. Fortunatamente circa la metà di tutte le donne incinta sono immuni per aver contratto precedentemente l’infezione da parvovirus. Problemi gravi si verificano in meno di 5% delle donne che vengono infettate durante la gravidanza.
sabato 7 maggio 2011
Trombofilia congenita (I) Mutuazione del Fattore V Leiden = APC-resistenza
Che cosa è il sistema della coagulazione:
Il sistema della coagulazione ha diverse componenti. Il sangue contiene determinate proteine prodotte dal fegato responsabili del processo di coagulazione. Tali proteine vengono denominate fattori della coagulazione. I fattori della coagulazione in caso di lesione ad un vaso sanguigno sono in grado di produrre la cosiddetta fibrina. La fibrina forma insieme alle piastrine un trombo, cioè un coagulo di sangue
Il sistema della coagulazione deve essere tuttavia regolato perché non si formino in continuazione tanti piccoli trombi. I fattori della coagulazione hanno quindi degli antagonisti, i cosiddetti anticoagulanti che possono scindere determinati fattori. Quando gli anticoagulanti inibiscono i fattori della coagulazione non si produce più fibrina. L'equilibrio fra i fattori della coagulazione e i loro antagonisti è molto delicato. Se i fattori della coagulazione sono superiori o vi è carenza di inibitori, l'equilibrio tende a rompersi a favore di un aumento della trombogenesi con conseguente rischio per i pazienti.
I fattori della coagulazione possono anche essere mutati ed essere quindi difficilmente o persino non più inibiti dai propri antagonisti. È il caso della mutazione del Fattore V Leiden.
Perchè questo tipo di trombofilia porta il nome "Leiden"?
Questa mutazione è stata descritta per la prima volta nel 1994 in Olanda all'Università di Leiden.
Di che tipo di mutazione si tratta?
Si tratta della mutazione (scambio di una proteina) di un importante fattore di coagulazione della sangue (Fattore V). Questa mutazione rende insensibile e resistente il fattore V verso il proprio antagonista, la proteina C attivata (in sigla: APC). L'equilibrio emostatico viene alterato verso l'ipercoagulabilità e la trombogenesi. La cosiddetta "APC-resistenza" è quindi dovuta quasi essenzialmente a questa mutazione genetica del fattore V. Se si ottiene un valore basso nel test di APC-resistenza si deve sempre eseguire un'analisi della mutazione nel gene del Fattore V tramite metodi biomolecolari
l difetto riguarda il cromosoma n. 1 (parte ereditarietà). Poiché tutti i cromosomi nell'uomo sono doppi, può essere colpito solo un cromosoma n. 1 (portatore eterozigoto, Fig. 5) o entrambi i cromosomi n. 1 (portatore omozigoto, Fig. 6). Si tratta di un difetto genetico ereditario che colpisce in maniera uguale uomini e donne (eredità autosomala dominante, cioè indipendente dal sesso). Per i consanguinei di 1° grado (figli, genitori, fratelli e sorelle) sussiste il 50% di probabilità di essere portatore di questa mutazione. È quindi spesso importante un'analisi familiare, soprattutto dei soggetti femminili prima che intraprendano l'assunzione di ormoni o prima di una gravidanza, e degli altri soggetti che hanno subito trombosi per avviare un'adeguata terapia.
Poiché i primi eventi trombotici si manifestano dopo la pubertà, i bambini dovrebbero essere esaminati verso la fine dell'età prescolare o eventualmente prima di un intervento, per rendere possibile un prelievo del sangue senza problemi.
Che conseguenze comporta questo tipo di trombofilia?
I soggetti eterozigoti presentano un rischio di tromboembolia circa 5-10 volte superiore, i soggetti omozigoti un rischio 80 volte superiore. In situazioni a rischio, in particolare se si assumono estrogeni (pillola anticoncezionale, preparati per menopausa) e in gravidanza, la probabilità di trombosi aumenta ulteriormente. Le portatrici eterozigote che assumono la pillola contenente estrogeni presentano un rischio 35 volte superiore. Altre situazioni a rischio sono interventi chirurgici, immobilizzazione a letto, immobilità delle gambe per ingessatura, fasciature ecc, lunghi viaggi in aereo o senza possibilità di movimento, tumori, malattie che comportano notevole perdita di liquidi (diarrea ecc.).
Inoltre si registra un'alta percentuale di complicanze in gravidanza: lo stato di gravidanza deve essere quindi tenuto sotto controllo e necessita eventualmente di una terapia eparinica.
Anche determinati farmaci possono aumentare il rischio di trombosi, ad esempio il cortisone in compresse, determinati antiormonali (p.es. tamoxifene) e altri ancora.
Come si tratta?
Il difetto genetico in sè non può essere trattato. I portatori asintomatici senza storia precedente di trombosi non necessitano di terapia continuata, devono tuttavia conoscere le possibili situazioni a rischio sopra descritte ed avere a disposizione sufficienti iniezioni di eparina. In tal modo si evitano con quasi ogni probabilità episodi di trombosi, visto che al di fuori delle situazioni a rischio sono una rarità.
Dopo una trombosi è invece raccomandata una terapia anticoagulante orale (Sintrom®, Coumadin®, Marcumar®). La durata del trattamento è di 6-12 mesi a seconda della gravità del caso. In caso di recidive, cioè di eventi ripetuti, o di una grave malattia antecedente (embolia polmonare, trombosi venosa cerebrale, trombosi venosa intestinale) è solitamente indicata una terapia anticoagulante duratura. Si tratta sempre di una decisione specifica per il singolo caso, poichè concorrono diversi aspetti individuali. Non sono rare le trombofilie combinate: molti pazienti presentano contemporaneamente diverse mutazioni della coagulazione che possono essere decisive nella scelta terapeutica.
L'assunzione di pillole anticoncezionali ed altri preparati con estrogeni dovrebbe essere sospesa. Eccezione: se a causa della malattia è comunque necessaria una terapia anticoagulante orale, sotto tale trattamento è possibile continuare a prendere il preparato ormonale.
Una terapia con l'aspirina nella fase acuta post trombosi o come profilassi in situazioni a rischio non è solitamente sufficiente.
In occasione di viaggi in aereo di durata superiore alle 4 ore dovrebbe essere presa in considerazione la somministrazione di eparina. Si raccomanda al paziente di consultarsi col medico curante. I pazienti sottoposti a terapia anticoagulante orale non hanno bisogno di ulteriori somministrazioni di eparina.
E se si desidera avere un figlio?
Oggigiorno la mutazione del Fattore V Leiden non è più un ostacolo alla maternità.
Una volta accertata la gravidanza, le donne che hanno già avuto una trombosi vengono trattate con eparina a basso peso molecolare una volta al giorno. Le pazienti imparano a eseguire autonomamente l'iniezione (sottocutanea) nella piega addominale. Non è difficile. La somministrazione di eparina deve continuare durante il puerpuerio sino a 6 settimane dopo il parto, poichè in questo periodo possono manifestarsi spesso delle trombosi. L'eparina non provoca danni al bambino poichè non penetra nella placenta.
Non aumenta il rischio di emorragia durante il parto. L'allattamento non costituisce alcun problema, poichè l'eparina non passa nel latte materno.
Le donne con mutazione del Fattore V senza episodi precedenti di trombosi necessitano solo del controllo della coagulazione durante la gravidanza e di una profilassi eparinica durante il puerpuerio.
Questo difetto è raro?
No! In Europa circa il 6-8 % della popolazione presenta questa mutazione. Ciò spiega anche l'incidenza relativamente alta delle malattie vascolari nelle popolazioni caucaische. Altre popolazioni in Asia e Africa non presentano tale mutazione. Quando una mutazione genetica colpisce più del 2% della popolazione si parla anche di "polimorfismo". La definizione giusta sarebbe quindi "polimorfismo del Fattore V".
Questa mutazione porta solo svantaggi?
Secondo diversi studi no! È stato rilevato che i portatori di questa mutazione hanno una perdita di sangue inferiore in caso di ferite, operazioni o parto. Probabilmente ciò è stato addirittura un vantaggio nel corso della storia dell'evoluzione (così si spiega anche il fatto di questa relativa frequenza del difetto). La mutazione ha quindi anche un lato positivo!
Che cosa si può fare?
Non vi sono purtroppo consigli per l'alimentazione che potrebbero influenzare positivamente la coagulazione. In caso di sovrappeso occorrerebbe tuttavia ridurre il peso con un'alimentazione equilibrata e ricca di vitamine. Il movimento regolare e l'attività sportiva sono consigliati per prevenire le trombosi (30 minuti di attività sportiva 3 volte alla settimana), anche in caso di già avvenuta trombosi. Solo in caso di trombosi appena avvenuta deve essere rispettata una pausa di circa 3 mesi.
Per evitare recidive di trombosi, è necessario attenersi al trattamento prescritto. Anche le calze contenitive (terapia di compressione) sono consigliabili in quanto possono minimizzare il rischio di una frequente complicazione successiva molto fastidiosa, la cosiddetta sindrome post-flebitica (gonfiori, alterazioni della pelle, ferite aperte). Le calze dovrebbero essere indossate regolarmente per due anni dopo l'evento trombotico. È anche importante tenere di sera le gambe sollevate, evitare il caldo e di prendere il sole. Ad alcuni pazienti arreca invece sollievo la sauna per l'alternanza di caldo e freddo. In questo caso bisogna provare, è una cosa soggettiva.
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Omocisteina
Se presente in eccesso nel circolo sanguigno (iperomocisteinemia o HHcy) l'omocisteina causa danni addirittura superiori rispetto al colesterolo.
Livelli di omocisteina normali nel plasma: 5-12 µ moli per litro*
*L'omocisteina presente nel sangue e nelle urine può essere libera, sotto forma di dimero o legata alle proteine. Si intende per omocisteinemia il valore totale nel plasma delle varie forme di omocisteina.
L'omocisteina viene considerata un fattore di rischio indipendente poiché da sola è in grado di aumentare l'incidenza di malattie cardiovascolari indipendentemente dalla presenza di altri fattori predisponenti. Già valori superiori a 10-12 µmoli per litro si correlano ad un aumentato rischio di aterosclerosi, ictus ed infarto del miocardio.
Così come il colesterolo l'omocisteina si associa ad un aumentato rischio di malattie cardiovascolari, ma a differenza di questo aumenta il rischio di molte altre patologie sia del sistema cardiocircolatorio (trombosi venosa, embolia polmonare) che non (malformazioni fetali, decadimento mentale, Alzheimer, fratture spontanee).
La concentrazione di omocisteina nel plasma è dovuta all'interazione di fattori genetici, fisiologici ed acquisiti (dieta povera di vegetali, farmaci, malattie ereditarie ecc.).
Se i valori ematici di omocisteina sono superiori alla norma si distinguono tre classi di rischio:
moderato (16-30 µmol/L)
medio (31-100 µmol/L)
severo (>100 µmol/L).
L'organismo si difende dall'eccesso di omocisteina grazie alla vitamina B9 o acido folico: un micronutriente di origine perlopiù vegetale che ha la capacità di neutralizzarne gli effetti negativi. Questa vitamina, importante anche per evitare la spina bifida durante lo sviluppo del feto, è presente soprattutto nelle verdure a foglia verde e nelle carni (specie nelle frattaglie).
Non tutto l'acido folico contenuto negli alimenti si trova però in una forma biodisponibile e una buona parte viene persa durante la cottura o durante l'esposizione prolungata alla luce. Proprio per questo motivo chi mangia in mensa è predisposto ad una carenza di acido folico e di altre vitamine termolabili. L'abitudine di tenere in caldo le vivande tende infatti a degradare tali vitamine per la prolungata esposizione al calore.
giovedì 21 aprile 2011
Il pap-test
Il test è compiuto dal ginecologo o dall’ostetrica.
Dopo aver inserito delicatamente in vagina lo speculum, piccolo divaricatore per rendere visibile il collo dell’utero, vengono attuati due prelievi: uno esterno con una spatolina sul collo dell’utero; l’altro interno con una piccola spazzola dentro il canale del collo uterino.
Il materiale prelevato è strisciato su un vetrino, fissato con uno spray e tramite un contenitore inviato al laboratorio, dove sarà studiato con il microscopio.
La funzione del pap-test è di individuare eventuali alterazioni delle cellule del collo dell’utero, prima che diventino cancerogene. Segnala anche la presenza d’infezioni dovute a funghi (ped es. candida albicans), batteri (per es. coccobacilli) e virus (per es. herpesvirus, papillomavirus umano). Il pap-test individua anche i condilomi non visibili a occhio nudo.
L’esito del pap-test è classificato con diversi sistemi. Il più usato in Italia è quello di Bethesda, che prevede i seguenti risultati:
● nei limiti della norma: l’esame è negativo, le cellule sono normali e non è quindi necessario alcun trattamento.
● alterazioni cellulari benigne: presenza di cellule alterate, ma non tumorali. Le alterazioni cellulari possono essere di natura infettiva (batteri, funghi o virus) o di natura reattiva (infiammazione, atrofia, particolari terapie, presenza della spirale, ecc.).
● atipie cellulari: l’esame mostra la presenza di cellule alterate; la loro evoluzione è imprevedibile, ma possono diventare uno stadio precoce del tumore del collo dell’utero. Tuttavia ci vuole molto tempo, anche anni, prima che delle atipie cellulari possano trasformarsi in un cancro; questo consente di porre in atto una corretta prevenzione. Le atipie cellulari si distinguono in: lesioni intraepitaliali squamose di basso grado (SIL1), che comprendono le modificazioni cellulari legate al papillomavirus umano (HPV) e le anomalie cellulari lievi (CIN 1); lesioni intraepiteliali squamose di alto grado (SIL2), che comprendono le anomalie cellulari moderate e severe (CIN 2 e CIN 3).
● carcinoma: presenza di cellule tumorali francamente maligne.
Il pap-test può risultare inadeguato nel 10% dei casi, quando il prelievo è insufficiente o è limitato da alcuni fattori come sangue, muco o errato spatolamento: in questi casi è consigliabile ripetere l’esame.
lunedì 18 aprile 2011
Ha ancora senso fare oggi un raschiamento?
Come si può facilmente intuire, questa manovra cieca è del tutto inadeguata, in quanto anche nelle mani migliori riesce a campionare non più del 50-60% della superficie endometriale, fallendo la diagnosi in una percentuale molto elevata (dal 40 al 90 %) quando è presente una lesione che interessa solo una parte della superficie endometriale, come nel caso di tumori, di lesioni precancerose, polipi, fibromi.
Inoltre non è in grado di diagnosticare eventuali malformazioni della cavità uterina (utero setto, utero bicorne) e soprattutto ha un effetto terapeutico assolutamente nullo, in quanto l’endometrio riscresce immediatamente con le stesse caratteristiche se non viene asportato anche il suo strato profondo o basale (come avviene per esempio con l’ablazione endometriale).
Il raschiamento mantiene un suo ruolo solo in caso di aborto incompleto o interno, nel quale bisogna asportare il materiale ovulare trattenuto in cavità uterina. Ma anche in questo caso il raschiamento è stato sostituito dalle tecniche di aspirazione, meno traumatiche, o dall’uso di farmaci in grado di provocare l’espulsione del materiale attraverso le contrazioni dell’utero (cosa che peraltro può avvenire anche spontaneamente con un po’ di attesa), in quanto in una percentuale non trascurabile di casi l’asportazione del materiale ovulare con un raschiamento non è efficace: il materiale aderisce infatti alle pareti della cavità uterina e lo strumento con il quale si effettua il raschiamento (curette) scivola sul materiale senza riuscire ad estrarlo.
Inoltre il raschiamento richiede la dilatazione del canale cervicale e l’anestesia generale e può avere complicanze gravi (lacerazioni cervicali, perforazioni uterine, infezioni, problemi anestesiologici) nel 1-4% dei casi.
Infine il 14-16% delle donne sottoposte a raschiamento in seguito ad aborto sviluppano aderenze intrauterine, che possono comportare conseguenze come amenorrea, sterilità, anomalie della placentazione in gravidanze successive.
Non vi è dubbio che l’esame consigliabile per diagnosticare e trattare le patologie endouterine sia l’isteroscopia, che consiste nella visualizzazione diretta della cavità uterina, distesa da gas o da liquido, con un sottile strumento ottico collegato ad una telecamera inserito attraverso il canale cervicale.
Tale esame può essere effettuato senza necessità di anestesia locale o generale e permette la visualizzazione diretta delle principali patologie del canale cervicale e della cavità uterina.
L’accuratezza diagnostica dell’isteroscopia è di gran lunga superiore a quella del raschiamento, se si considera che tutta la cavità uterina viene ispezionata e che, anche in assenza di grossolane alterazioni, possono essere effettuate delle biopsie mirate su piccole zone sospette, individuando così anche piccole lesioni iniziali
asintomatiche.
E’ veramente incomprensibile come la maggior parte dei ginecologi effettui ancora un raschiamento per individuare un carcinoma dell’endometrio, evitando di entrare nella cavità uterina, che è più piccola e più accessibile di altre cavità del corpo umano, come lo stomaco, l’intestino, i bronchi, la vescica, per le quali
l’accertamento endoscopico è ormai da tempo considerato come il metodo di scelta per diagnosticare i tumori o i loro precursori.
Le principali indicazioni ad effettuare un isteroscopia diagnostica sono:
Sanguinamento uterino anomalo
Ecografia transvaginale patologica o inadeguata
Sterilita’
Poliabortivita’
Pre e post chirurgica (miomectomia, metroplastica)
Monitoraggio iperplasia endometriale
Follow-up di pazienti in trattamento con tamoxifene
Stadiazione del carcinoma endometriale
Malformazioni uterine
IUD ritenuto
Tuttavia il principale uso dell’isteroscopia non è più solo diagnostico in quanto la maggior parte delle patologie possono essere diagnostiche effettuando un’ecografia transvaginale ed eventualmente una sonoisterografia (ecografia durante la quale si introduce nella cavità uterina un modesto quantitativo di soluzione fisiologica), ma è operativo in quanto con l’isteroscopia è possibile asportare totalmente le eventuali neoformazioni endocavitarie (polipi, miomi) e addirittura correggere eventuali malformazioni uterine (utero setto).
La maggior parte delle lesioni e delle alterazioni possono essere asportate o corrette direttamente durante il tempo diagnostico (see & treat), senza alcuna anestesia locale o generale e senza ricovero ordinario.
Il raschiamento dovrebbe essere quindi abolito e sostituito dall’isteroscopia.
mercoledì 30 marzo 2011
INTELLIGENZA EMOTIVA, SALUTE MENTALE E DISAGIO PSICHICO
L'adattamento è il criterio fondamentale quando si valuta lo stato di salute mentale, che peraltro non può essere scissa dalla salute fisica e dal benessere sociale. Corpo, mente e relazione sono infatti i tre ingredienti del benessere e su ciò non rimangono dubbi se proviamo a riflettere sui motivi (psicologici, fisici e relazionali) per cui siamo soliti affermare di star bene o di star male, così come se si pensa al modo in cui un handicap fisico o una malattia possano coinvolgere il benessere psicologico e limitare le relazioni sociali.
venerdì 25 marzo 2011
L'Infarto
L'ipertensione può essere promossa da molti fattori diversi. Tra questi vi possono essere una predisposizione genetica, il sovrappeso, un eccesso di sodio o una carenza di potassio nella dieta, l'assunzione di bevande alcoliche in quantità eccessive, una vita sedentaria e stress psicologico.
Un individuo viene definito iperteso quando la sua pressione arteriosa sistolica o massima è superiore a 160 mmHg e quella diastolica o minima è superiore a 95 mmHg; questi valori, tuttavia, variano in continuazione, per cui prima di confermare una diagnosi di ipertensione la pressione deve essere misurata più volte.
La terapia viene in genere prescritta da un medico generico e può contemplare misure preventive quali lo svolgimento di una qualche attività fisica e una dieta a ridotto contenuto di grassi saturi, sale e alcol e ricca invece di potassio, calcio, magnesio e fibre; sebbene il fumo non influisca direttamente sulla pressione arteriosa, esso concorre ad aumentare il rischio di ischemia cerebrale e di infarto cardiaco.
Farmaci antipertensivi di uso comune, prescritti singolarmente o in combinazione, sono i beta-bloccanti, i calcioantagonisti, gli ACE-inibitori e alcuni diuretici.
Solo il 10% dei casi d'ipertensione è di tipo secondario o sintomatico ed è causato da malattie dei reni, da problemi ormonali o dall'assunzione regolare di farmaci quali i contraccettivi orali. Generalmente il trattamento della causa alla base di questo tipo di ipertensione dovrebbe ridurre le manifestazioni.
L'ipertensione in gravidanza è uno dei sintomi della gestosi e della preeclampsia, due condizioni che possono comportare gravi conseguenze per la madre e per il feto. Tra le misure terapeutiche vi sono la somministrazione di farmaci antipertensivi e, nei casi più gravi, l'induzione del parto prematuro.
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martedì 22 marzo 2011
Come alleviare i sintomi del raffreddore e del catarro.
Quali sono i sintomi?
Fino a un certo punto i sintomi dipendono dal virus responsabile del raffreddore. I sintomi maggiori di solito comprendono uno o più dei seguenti: starnuti, occhi lacrimosi, mal di gola, raucedine, tosse, e, soprattutto, naso che cola. Lo scolo dal naso all'inizio è piuttosto acquoso, poi diviene denso e di colore verdastro. Si può anche avere cefalea e lieve febbre; questo rialzo della temperatura può provocare brividi e una sensazione di freddo. Una temperatura molto elevata accompagnata da dolori in tutto il corpo, è riscontrabile con più facilità tra i sintomi dell''influenza .
Quanto è frequente il problema?
Tutti soffrono occasionalmente di raffreddore forse uno o due all'anno nel corso della vita, ma nessuno sa con certezza in che modo lo si prenda. Una importante via di contagio sembra essere la normale stretta di mano, ma i virus vengono anche diffusi nell'aria che respiriamo attraverso la tosse e lo starnuto. I raffreddori si verificano molto meno frequentemente nelle comunità isolate, dove ognuno diviene presto immune ai virus in circolazione; una recrudescenza improvvisa è solita seguire l'arrivo di estranei. Oltre al fatto che i virus responsabili del raffreddore sono molto diversi, i virus stessi cambiano continuamente e si moltiplicano, di modo che nuove specie contro le quali non ci si è immunizzati compaiono costantemente.
Quali sono i rischi?
Un normale raffreddore spesso guarisce in tre o quattro giorni; anche se è accompagnato da un'infezione batterica, un raffreddore di testa non dovrebbe durare più di una settimana. Ma poiché le vie respiratorie sono costituite da una serie di spazi collegati fra loro, l'infezione può propagarsi all'orecchio medio, ai seni paranasali, alla laringe (l'organo della fonazione), alla trachea e ai polmoni.
Che cosa fare?
Restate a casa e, se possibile, in isolamento. Questo soprattutto nell'interesse delle altre persone. Consultate il medico solo se il raffreddore dura più di dieci giorni, o se l'infezione si è propagata oltre il naso e la gola, o se si è soggetti a bronchite o a infezioni dell'orecchio.
Qual è il trattamento?
Auto-aiuto: Non vi è modo per curare un comune raffreddore, ma vi sono alcune misure che si possono prendere per alleviare i sintomi. Rimanete in casa, in una stanza calda (ma non surriscaldata), e inumidite l'atmosfera con un umidificatore; il vapore proveniente da una bacinella di acqua calda servirà allo scopo. Assumete molti liquidi, preferibilmente succhi di frutta.
«Catarro» è un termine vago, non scientifico, per significare cose diverse in persone diverse, ma praticamente tutti coloro che ne soffrono sentono il naso ostruito, e di quando in quando ne cola del liquido, che può essere limpido e acquoso, ma più spesso è denso e opaco. Ciò crea disagio e respirare diventa difficile. Durante la notte, la narice del lato su cui il paziente dorme si ostruisce e disturbail sonno, oppure un po' di muco finisce nella gola, provocando un accesso di tosse. A seconda della causa che l'ha provocata, questa condizione può persistere per settimane, o migliorare e scomparire in pochi giorni. Le cause più comuni di catarro sono le infezioni virali, come per esempio un raffreddore comune. I bambini durante i primi anni di scuola, quando si trovano esposti per la prima volta a numerosi virus, sono particolarmente soggetti agli attacchi di catarro. Intorno agli otto anni, la maggior parte acquista una maggiore resistenza a tali infezioni.Altre condizioni che possono causare catarro comprendono la rinite allergica, i polipi nasali , e qualsiasi malformazione delle cavità nasali. Quando la condizione sottostante viene risolta, il catarro cessa.Il catarro può insorgere a causa di un'irritazione locale provocata dalla polvere, da un'atmosfera troppo secca, da gas o olii combustibili o da sostanze chimiche presenti nell'aria. Anche alcuni tarmaci possono stimolare un'eccessiva produzione di muco.
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mercoledì 16 marzo 2011
Le vaginiti
I sintomi più comuni delle infezioni vaginali sono le perdite vaginali (leucorrea) biancastre, grigiastre o verdastre, spesso maleodoranti; il prurito e il bruciore sia a livello vaginale che vulvare; il dolore durante i rapporti sessuali (dispareunia) e la difficoltà a urinare (disuria).
La presenza di sintomi di infezione vaginale va segnalata al ginecologo che consiglierà l’esecuzione di alcuni esami, come ad es. un tampone vaginale, al fine di individuare la causa e di instaurare il trattamento più idoneo.
Alcune semplici precauzioni, comunque, aiutano a prevenire tali infezioni.
Una misura efficace è la corretta igiene intima: è opportuno impiegare detergenti o saponi a pH acido, limitandone l’uso a non più di due volte al giorno, per evitare di alterare la microflora lattobacillare della vagina. Per lavaggi più frequenti si può utilizzare solo acqua corrente. Praticare correttamente il nettoyage: il lavaggio deve procedere dall’avanti all’indietro, per evitare la diffusione dei batteri dal retto alla vagina.
Evitare di indossare biancheria intima aderente e sintetica (nella scelta di slip, body o collant preferire il cotone) che può trattenere umidità e creare un ambiente favorevole allo sviluppo di infezioni.
Limitare l’assunzione di carboidrati (pane, patate, carote) e incrementare quella di fibre alimentari: la stipsi spesso si associa a infezioni vaginali. Inserire yogurt e fermenti lattici nell’alimentazione quotidiana.
Anche il partner, meglio se fisso, deve adottare le consuete misure di igiene intima. In caso di infezione vaginale è consigliabile astenersi dai rapporti o utilizzare il profilattico fino alla guarigione. Ma soprattutto è necessario che anche il partner esegua eventuali terapie prescritte dal ginecologo. A questo proposito anche la donna dovrà seguire scrupolosamente le modalità terapeutiche indicate dal ginecologo: no alla self-therapy
venerdì 18 febbraio 2011
L'infertilità di coppia: un problema sempre più attuale
La consulenza dello specialista sarebbe opportuna anche in fase pre-concezionale, infatti, alcuni semplici esami spesso possono svelare in anticipo il problema. In pratica, in una coppia giovane, meno di 30 anni, la consulenza e gli esami specialistici dovrebbero essere eseguiti dopo 1-2 anni di rapporti non protetti. Mentre dopo i 35 anni tale attesa andrebbe ridotta a soli 6-8 mesi.
Quali sono gli esami per una coppia con tali problematiche?
In maniera schematica gli esami di base sono per lei: la visita ginecologica, l’ecografia pelvica, gli esami ormonali per la verifica dell’ovulazione; per lui un dettagliato esame del seme. Questo screening di base permette di identificare un buon 75% di patologie. Esami più specifici, ma invasivi sono indicati in base all’età e alla storia personale della donna.
Perché si ricorre sempre di più ai programmi di fecondazione assistita per ottenere una gravidanza?
Questo è solo parzialmente vero, in quanto in un buon 50% di coppie con problemi d’infertilità la soluzione si trova con terapie mediche o chirurgiche. Nei casi d’insuccesso o per l’età avanzata della donna gli interventi di fecondazione artificiale forniscono un valido aiuto. Ci sono però delle situazioni, ad es. l’occlusione tubarica, dove la fecondazione artificiale è da considerarsi come terapia primaria.
Quali sono le tecniche di fecondazione assistita più utilizzate?
FIVET (Fertilizzazione In Vitro Embryo Transfer): le cellule uovo sono prelevate in ecografia dall’ovaio, fertilizzate in vitro e gli embrioni ottenuti in laboratorio sono, quindi, trasferiti nella cavità uterina.
ICSI (Intra Citoplasmatic Sperm Injection): le cellule uovo sono fertilizzate in vitro mediante l’iniezione diretta di un singolo spermatozoo nel citoplasma, quindi, gli embrioni ottenuti vengono trasferiti all’interno dell’utero.
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venerdì 11 febbraio 2011
Giuramento di Ippocrate (moderno)
di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento;
di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale;
di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente;
di attenermi alla mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze;
di prestare la mia opera con diligenza, perizia, e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l'esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione;
di affidare la mia reputazione esclusivamente alla mia capacità professionale ed alle mie doti morali;
di evitare, anche al di fuori dell' esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della professione;
di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni;
di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità condizione sociale e ideologia politica;
di prestare assistenza d' urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità a disposizione dell'Autorità competente;
di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico, tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto;
di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione o in ragione del mio stato;
di astenermi dall'"accanimento" diagnostico e terapeutico."
Enfisema
L'enfisema sottocutaneo può essere conseguente alla penetrazione di aria nel tessuto connettivo su cui poggia la superficie cutanea, a causa di fratture e di lacerazioni della cute stessa, o può svilupparsi per la produzione di gas da parte di batteri che si sono insediati all'interno di una ferita.
L'enfisema polmonare è una malattia respiratoria che si manifesta progressivamente ed è caratterizzata da tosse, respiro corto e sibilante e difficoltà di respirazione; nei casi più gravi, può provocare anche invalidità e morte.
Una delle principali cause di enfisema polmonare è la bronchite cronica, della cui insorgenza sono responsabili l'inalazione del fumo di sigaretta e degli inquinanti atmosferici. Un altro fattore è la mancanza della molecola a1-antitripsina: questa molecola viene, di norma, prodotta dall'organismo per contrastare l'azione delle proteasi endogene, particolari enzimi che scindono le proteine, che vengono liberati dal sistema immunitario nel polmone in risposta a processi infiammatori o a stimoli irritanti come il fumo di sigaretta, e che potrebbero, se non vengono inattivate, finire con il distruggere il tessuto polmonare. Anche l'asma può provocare, soprattutto nei momenti in cui si verifica una condizione di forte ostruzione dei bronchi, una condizione di enfisema: in questo caso, però, non si produce la distruzione degli alveoli polmonari.
Con il progredire della malattia, aumenta la distensione polmonare, a causa della perdita dell'elasticità dei tessuti e, nei casi più gravi, il torace assume una caratteristica forma 'a botte'. Nel malato di enfisema la carenza cronica di ossigeno determina, per reazione, l'aumento della produzione di globuli rossi e un restringimento del diametro dei vasi sanguigni (vasocostrizione); ciò può determinare un aumento dell'attività del cuore e la comparsa di una condizione denominata cuore polmonare cronico. Il tipico colorito cianotico della cute dei malati di enfisema polmonare è una conseguenza dell'insufficiente ossigenazione dell'organismo.
Benché il deterioramento dei polmoni causato da questa patologia sia permanente e irreversibile, esistono abitudini di vita e terapie adeguate che possono incrementare la capacità respiratoria e dare sollievo al malato: tra di esse, vi sono l'astensione dal fumo e il cambio di lavoro o di residenza, nei casi in cui l'inquinamento atmosferico di questi luoghi aggravi i sintomi dell'enfisema. Possono inoltre esercitare un effetto positivo la somministrazione di farmaci broncodilatatori e l'apprendimento di speciali esercizi respiratori. Il successo di queste terapie è tanto maggiore quanto più precocemente avviene la diagnosi.
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mercoledì 9 febbraio 2011
Isteroscopia
Il medico specializzato adopera monitor, telecamera munita di autonoma fonte luminosa, che permette di esaminare l'interno dell'utero.
C'è poi bisogno, come rilassante e per mantenere la pressione interna, di infondere della soluzione fisiologica sterile nella cavità grazie a una pompa.
A questo punto, quando le pareti sono ben distese, può fare il suo ingresso l’isteroscopio.
Esso è un telescopio miniaturizzato in pochi millimetri, costituito da un sistema di lenti e da un paio di guaine protettive (determinano afflusso e deflusso della soluzione fisiologica durante l'evento e adiuvano l’uso delle pinze isteroscopiche).
Questo nel caso di indagine diagnostica, la quale però può prevedere piccoli interventi ambulatoriali (dalla resezione di polipi endometriali e cervicali, all’asportazione di piccoli miomi). In tal caso, non vi è necessità né di incisioni sul corpo della donna (perché l'apparecchio passa facilmente attraverso il collo dell’utero), né di anestesia (a volte ci si affida alla locale). Il tutto non dura più di mezz'ora.
Qualora, invece, si deve far ricorso alla tecnica operativa, e l'ambulatorio cede il passo alla sala operatoria, lo strumento sarà di dimensioni maggiori, per consentire l’uso delle apposite sonde elettriche.
L'intervento preciso del chirurgo asporterà polipi (anche più di uno in contemporanea) e miomi di dimensioni più rilevanti, oltre a poter effettuare operazioni di ablazione o riduzione dell'endometrio.
Perché si fa.
Le patologie che richiedono un approccio isteroscopico, che chiarisca, precisi, analizzi, sono diverse: vanno dal sanguinamento uterino anomalo (specie per donne in peri e post menopausa) al carcinoma endometriale (per ottenere informazioni esaustive sull'estensione e sul tipo della malattia al canale cervicale); da malformazioni uterine (anomalie che ecografia pelvica o isterosalpingografia non chiariscono in modo definitivo, specialmente dopo aver subìto aborti ripetuti) allo IUD ritenuto (l'isteroscopia appare realmente utile per localizzare ed estrarre una spirale, della quale sembra sparito il filo a livello cervicale; ovvero anche un corpo estraneo nell'utero).
Comunque si fa ricorso a questa analisi anche per effettuare la diagnosi di sinechie intrauterine (in medicina nota come sindrome di Asherman); e di quelle malformazioni dell'utero che provocano aborti frequenti (in questo caso l'isteroscopia è il primo fondamentale esame da affrontare).
Inoltre, l'isteroscopia trova impiego anche nella ricerca dell'infertilità.
Nella coppia sterile questa indagine viene accoppiata ad analisi isterosalpingografica: la prima mostra una diretta immagine dell'utero, l'altra fornisce i dati inerenti la pervietà tubarica.
Anche per coloro che sono interessati a un progetto di riproduzione assistita, l'indagine isteroscopica sarà di giovamento, al fine di valutare attentamente lo stato dell'utero prima di intraprendere il protocollo di cure.
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venerdì 4 febbraio 2011
Cistite interstiziale e disordini da panico
L’obiettivo dello studio è stato quello di determinare se i pazienti con cistite interstiziale ed i loro parenti di primo grado presentassero un aumento dell’incidenza della sindrome, osservata negli studi precedenti.
Hanno preso parte allo studio 146 probandi ( 67 con cistite interstiziale e 79 con altri disordini urologici ), ed 815 parenti di primo grado.
Rispetto ai pazienti senza cistite interstiziale, i soggetti affetti da cistite interstiziale hanno presentato, nel corso della vita, una più alta incidenza di disordini da panico ( odds ratio OR = 4.05, con p = 0.02 ) e di alcuni altri disordini della sindrome ( OR = 2.22, con p = 0.09 ).
I parenti di primo grado dei probandi con cistite interstiziale hanno mostrato una maggiore probabilità di disordini da panico, di disordini della tiroide, di problemi urologici e di alcuni dei disordini della sindrome ( OR aggiustato = 1.95 ; p = 0.02 ).
Non è emersa nessuna interazione tra stato della cistite interstiziale del probando ed il sesso del parente.
L’aumento della frequenza dei disordini apparentemente disparati nei pazienti affetti da cistite interstiziale e nei loro parenti di primo grado è consistente con le scoperte degli studi di linkage genetico nelle famiglie con disordini da panico.
L’ipotesi dell’esistenza di una sindrome familiare, probabilmente pleiotropica, che comprende la cistite interstiziale, i disordini da panico, i disordini della tiroide ed altri disordini del controllo autonomico o neuromuscolare merita, secondo gli Autori, ulteriori approfondimenti.
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mercoledì 2 febbraio 2011
L'autopalpazione del seno
L’autopalpazione del seno è uno strumento utile per la prevenzione del tumore della mammella. L’esame va effettuato con regolarità una volta al mese dopo i 20 anni d’età. Il periodo migliore per l’esecuzione è alla fine delle mestruazioni: è più facile perché il seno è meno gonfio e dolente.
L’autopalpazione del seno è suddivisa in due momenti: l’osservazione e la palpazione.
1. L’osservazione del seno. Davanti allo specchio, con le braccia distese lungo i fianchi, guardate attentamente il seno. Alzate le braccia e portate le mani dietro la testa: considerate dimensione, forma e colore del seno.
Prima di fronte poi anche di profilo. Se rilevate che un seno è più piccolo dell’altro, tranquillizzatevi, è normale. Meno normale, invece, sono retrazioni, sporgenze o modificazioni della pelle.
Esaminate anche il capezzolo: non deve apparire retratto o presentare sporgenze irregolari.
2. La palpazione del seno. Sdraiatevi supine, meglio con un cuscino sotto la schiena. Alzate il braccio corrispondente al seno che volete considerare e mettete la mano dietro la testa. Con la mano opposta iniziate la palpazione con un tocco leggero ma profondo.
Usate la mano a piatto con le dita unite e distese, utilizzando i polpastrelli e non le punte delle dita. Quindi, premete su una regione con un movimento rotatorio dall’esterno verso il capezzolo e viceversa. Ripetete la procedura sull’altro seno. Controllate anche la regione ascellare per accertare la presenza di cambiamenti.
Passate poi ad esaminare il capezzolo: prendetelo tra le dita e spremete delicatamente per verificare l’eventuale fuoriuscita di liquido.
I segni da non sottovalutare sono la presenza di noduli e indurimenti; l’evidenza di retrazioni, sporgenze o cambiamenti della cute e del capezzolo; la perdita di liquido chiaro, rosato o rosso dal capezzolo. Nel caso riscontriate uno di questi segni, non allarmatevi.
Quasi ogni donna nel corso della propria vita può avere un nodulo che nella maggioranza dei casi è benigno. Ad ogni modo, per una maggiore tranquillità è meglio consultare il proprio medico, che valuterà la necessità di eseguire un’ecografia al seno o una mammografia
L’impiego del Paracetamolo nell’infanzia è associato a rischio di asma nei bambini di 6-7 anni
l’infanzia e la vita adulta, può aumentare il rischio di sviluppare
asma.
Uno studio, coordinato da Ricercatori del Medical Research
Institute of New Zealand a Wellington, ha esaminato bambini di 6-7 anni,
partecipanti al Programma ISAAC ( International Study of Asthma and Allergies in
Childhood Phase Three) con l’obiettivo di verificare l’esistenza di
un’associazione tra assunzione di Paracetamolo e asma.
L’analisi ha
riguardato 205.487 bambini ( età 6-7 anni ), di 73 Centri, di 31
Paesi.
All’analisi multivariata, l’impiego di Paracetamolo per il
trattamento della febbre nel primo anno di vita era associato ad un aumentato
rischio di sintomi di asma quando i bambini compivano i 6-7 anni ( odd ratio ,
OR=1.46 ).
L’uso corrente di Paracetamolo era associato ad un aumentato
rischio, dose-dipendente, di sintomi di asma [ OR=1.61 e 3.23 per l’impiego
medio e alto versus non uso, rispettivamente ].
L’impiego del Paracetamolo
era associato al rischio di gravi sintomi d’asma, con un rischio tra il 22% ed
il 38%.
Inoltre, l’uso del Paracetamolo, sia nel primo anno di vita sia
nei bambini di 6-7 anni, era associato ad un aumentato rischio di sintomi di
rinocongiuntivite ed eczema.
Secondo gli Autori, l’esposizione al
Paracetamolo potrebbe essere un fattore di rischio per lo sviluppo di asma
nell’infanzia.
mercoledì 26 gennaio 2011
Obesità infanitle, può essere colpa
Studio americano su 479 piccoli di Bogotà dai 5 ai 12 anni
Se il bambino tende a ingrassare con disarmante facilità e ad accumulare "ciccia" soprattutto nel girovita, le cause potrebbero risiedere non soltanto in abitudini alimentari scorrette e in un’attività fisica insufficiente, ma in una carenza di vitamina D.
E' quanto scoperto da uno studio dell’Università del Michigan pubblicato sull'American Journal of Clinical Nutrition, reso noto dall'osservatorio FederSalus. Secondo la ricerca, la propensione ad accumulare adipe addominale e a ingrassare rapidamente sarebbe legata a un deficit di vitamina D.
L’accumulo di grasso addominale, infatti, è considerato causa prima del fisico "a forma di mela", una morfologia che espone il soggetto a un maggior rischio di Diabete di Tipo 2 precoce e, in età adulta, all’insorgenza di altre patologie a danno dell'apparato cardiovascolare. La ricerca, durata circa 30 mesi tra il 2006 e il 2009 ed è stata effettuata a Bogotà, in Colombia, su un campione di 479 bambini tra i 5 e i 12 anni d`età. E' emerso che, a situazioni di carenza di vitamina D, corrispondevano sia l’accumulo più vistoso di grasso addominale sia, esclusivamente nei soggetti di sesso femminile, problemi di crescita in altezza.
"I dati che abbiamo raccolto - spiegano i ricercatori - suggeriscono che una situazione di carenza di vitamine del gruppo D può esporre i bambini al rischio di diventare obesi. Si tratta di una informazione significativa, considerato che la carenza di vitamina D è diffusa a livello planetario e che l`incidenza dell`obesità infantile sta crescendo ovunque a tassi preoccupanti".
Oltre all’esposizione ai raggi solari, che resta la forma più semplice e immediata per garantire all’organismo il giusto quantitativo di vitamina D, altre fonti apprezzabili di questa vitamina sono gli integratori alimentari, l’olio di fegato di merluzzo, alcuni pesci grassi come salmone e aringa nonché il latte e i suoi derivati.
Raffreddare il cervello potrebbe
La tecnica messa a punto, già utilizzata nei pazienti con problemi cardiaci, abbassa la temperatura corporea a 35 gradi, appena un paio sotto quella normale, applicando delle piastre fredde sulla pelle e iniettando liquidi per via endovenosa.
L’obiettivo è un'ibernazione artificiale che blocca l'afflusso di sangue al cervello permettendo ai chirurghi di intervenire sui vasi sanguigni chiusi o danneggiati.
« L'ipotermia ci permetterà di migliorare le condizione di oltre 40.000 pazienti ogni anno» ha detto Malcolm Macleod, neuroscienziato del Centre for Clinical Brain Sciences dell'università di Edimburgo.
Ogni giorno circa 1.000 europei muoiono colpiti dall'infarto cerebrale, altri 2.000 sopravvivono, ma con lesioni invalidanti.
venerdì 21 gennaio 2011
Notizie - Abruzzo
Facoltà di medicinaAspiranti medici e
odontoiatri italiani iniziano gli studi nelle facoltà dell'Est
Grazie al Tar e a direttive europee possono proseguirli all'Aquila
Pioggia di universitari dalla Romania
Eludono i test per il numero chiuso iscrivendosi
all'estero e poi trasferendosi
italiani immatricolati in Romania nelle facoltà aquilane di medicina
e odontoiatria? Si direbbe di sì visto che ormai, dopo i circa
quindici ricorsi accolti dal Tar Abruzzo qualche settimana fa,
continua ad arrivare una valanga di sentenze brevi attraverso le
quali gli aspiranti medici che hanno iniziato il cammino
universitario in Romania ora possono completarlo all'Aquila, in
ossequio a una serie di norme europee sulla libera circolazione degli
studenti. Nei giorni scorsi, infatti, il Tar ha accolto i ricorsi di
altri dodici aspiranti camici bianchi che contestavano il rifiuto
serbato dall'Università a trasfersi all'Aquila. Gli studenti
provengono tutti dalla Vasile Goldis di Arad, dove si sono
immatricolati lo scorso anno. In Italia vige il sistema del numero
chiuso e accedere alla facoltà di medicina o odontoiatria significa
aver superato il test d'ammissione, in verità abbastanza
impegnativo. Immatricolarsi in una università romena dà quindi la
possibilità, a chi magari è stato escluso in Italia, di iniziare il
percorso di studi salvo poi trasferirsi e conseguire in patria la
laurea. Un modo per eludere il numero chiuso negli atenei nazionali o
una brillante iniziativa (per chi può permetterselo, naturalmente),
sfruttando la normativa Ue? Se la normativa Ue consente tutto questo
che senso ha continuare in Italia con i test d'ammissione se poi,
l'anno successivo, la popolazione studentesca si arricchisce in virtù
di una sentenza che non può non tenere conto delle leggi e dei
regolamenti comunitari? I ricorsi presentati, e tutti accolti (tranne
uno inoltrato in ritardo), contestavano il diniego di nulla osta al
proseguimento degli studi presso l'Università dell'Aquila in base
all'elenco dei posti disponibili per l'iscrizione ad anni successivi
al primo. Normalmente questo è consentito a chi proviene da altri
atenei italiani, sempre in base ad un bando per i posti disponibili.
Ma il Tar ha eccepito che il bando in questione «non fissa alcuna
preclusione nei confronti di studenti provenienti da Università
estere». Il Tar ha anche sancito che «una diversa interpretazione
sarebbe contraria all'apicale principio di libertà di circolazione e
soggiorno nel territorio degli Stati comunitari, suscettibile di
applicazione non irrilevante nel settore dell'istruzione, neppure
essendo stata in alcun modo opposta (e, per vero, neppure
prospettata) la non equipollenza delle competenze e degli standards
formativi richiesti per l'accesso all'istruzione universitaria
nazionale». A.Bag.
mercoledì 19 gennaio 2011
La tecnica Antibiotic-Lock per la prevenzione delle infezioni catetere-correlate nelle Unità di Terapia Intensiva Neonatale
Nella maggior parte dei casi gli agenti patogeni colonizzano il lume del catetere e, producendo una matrice polisaccaridica extracellulare, portano alla formazione di un biofilm che li protegge dai meccanismi difensivi dell’ospite e dall’azione degli agenti antimicrobici; per questo, oltre ad un’adeguata copertura antibiotica sistemica ed alle comuni norme di prevenzione, è stata sviluppata una strategia di profilassi locale: la tecnica antibiotic-lock.
La tecnica antibiotic-lock consiste nell’immissione di una soluzione antibiotica ad elevata concentrazione all’interno del catetere che garantisce la sterilizzazione del biofilm microbico luminale se mantenuta per un tempo sufficientemente lungo e se praticata con un antibiotico adeguato all’agente patogeno implicato.
A riguardo gli studi presenti in letteratura non sono molti, soprattutto in ambito neonatale, e sono spesso eterogenei in termini di popolazioni esaminate e di antibiotici utilizzati.
mercoledì 12 gennaio 2011
Ostetricia
L'ostetricia si avvale fondamentalmente di due figure professionali: il medico specializzato in ostetricia e ginecologia e la figura professionale dell' ostetrica, professionista specializzata nell'assistenza alla donna prima, durante e immediatamente dopo il parto che segue la donna a 360 gradi.
Non è una divisione netta: una donna può farsi seguire da un ginecologo (l'OMS consiglia una visita a trimestre) e anche da una ostetrico. Da un punto di vista deontologico, il medico, in quanto tale, segue la patologia; l'ostetrico invece è l'esperto della fisiologia. Da un punto di vista linguistico, si deve fare una precisazione: quando si parla di ostetrico (al maschile) in italiano si intende il medico ostetrico specializzato in ostetricia e ginecologia, mentre (in parte erroneamente) quando si parla di ostetrica si intende proprio la ex levatrice, che al giorno d'oggi coinvolge anche figure maschili.
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lunedì 10 gennaio 2011
Capacità motorie, motricità e conseguenze per l’apprendimento della lettura in età evolutiva
La motricità consiste nella realizzazione dei movimenti attraverso stimoli interni, stimoli esterni, motivazione, programmazione della risposta, esecuzione della risposta, elaborazione degli stimoli. Tra i prerequisiti generali per l’apprendimento della lettura del bambino rientra anche un adeguato sviluppo della motricità
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Gestione del disagio da venipuntura in età pediatrica. Revisione della recente letteratura
La venipuntura è una delle più frequenti azioni cliniche eseguite su bambini e tale esperienza è spesso associata a un importante dolore e stato d’ansia. Il disagio da venipuntura nel bambino risulta però sottovalutato dagli operatori sanitari e non sono diffusamente adottate strategie per il suo controllo.
Scopo del lavoro è identificare i protocolli attuali più efficaci riportati nella letteratura medica per la gestione del disagio da venipuntura in età pediatrica. A tal fine si sono rivisti e confrontati gli studi più recenti, prospettici randomizzati e con valutazione statistica, che con sistemi farmacologici o non farmacologici raggiungano l’obiettivo posto.
L’analisi condotta ha evidenziato l’esistenza di protocolli elaborati, diversi per complessità e molteplicità di approccio, che efficacemente hanno ottenuto un significativo controllo dell’ansia e del dolore correlati alla venipuntura, rispetto ai gruppi non trattati. Ne consegue una responsabilità indifferibile da parte dei sanitari ad adottare le procedure appropriate al trattamento del disagio prima e durante la venipuntura e l’incannulamento venoso.
lunedì 3 gennaio 2011
Diaframma (contraccezione)
Il diaframma è un metodo contraccettivo a barriera. È una piccola semisfera di gomma soffice con un anello flessibile in gomma a forma di 'O' nel bordo che l'utilizzatrice riempie con uno spermicida (una sostanza che uccide o inibisce gli spermatozoi) prima d'inserirlo nella vagina per creare una barriera davanti alla cervice uterina (l'apertura dell'utero), e dunque per evitare che gli spermatozoi vi penetrino. Il diaframma è molto soffice e flessibile e può essere facilmente piegato in una forma sottile a forma di "fetta di melone" per rendere agevole il suo inserimento intravaginale fino alla collocazione alla bocca dell'utero. Il diaframma è un metodo anticoncezionale totalmente non abortivo, ma ha una tasso di fallimento molto elevato, di circa il 20%. Questo significa che ogni 5 donne (in età fertile) che lo impiegano in un anno, una rimane incinta nonostante l'uso di questo anticoncezionale. Secondo alcuni può essere abbinato ad uno spermicida o ad altri metodi di contraccezione non totalmente sicuri.
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Medicina fisica e riabilitazione
La disabilità può conseguire a malattie del sistema nervoso, osteo-articolare, cardiaco e respiratorio, ma può riguardare anche la sfera intellettiva e relazionale.
In Italia, per ottenere il titolo di specialista in medicina fisica e riabilitazione è necessario, previo possesso della laurea in Medicina e chirurgia e dell'abilitazione professionale di medico chirurgo, l'aver frequentato la relativa scuola di specializzazione quinquennale universitaria post-lauream.
Il medico specialista in medicina fisica e riabilitazione è il fisiatra, che opera solitamente in equipe con il pediatra, il neurologo, l'otorinolaringoiatra, il neuropsichiatra infantile, l'ortopedico, lo psicologo, il reumatologo, e, in regime più specificamente multiprofessionale, con il fisioterapista, il logopedista, il terapista della neuro e psicomotricità dell'età evolutiva, il neuropsicologo, l'infermiere Il laureato in Scienze Motorie non è professione sanitaria dunque opera in ambito preventivo. Tuttavia è responsabile della rieducazione motoria soprattutto in soggetti giovani e legati all'attività sportiva.
I programmi riabilitativi vengono portati avanti esecutivamente, nell'ambito di un complessivo progetto riabilitativo e delle rispettive competenze, dal fisioterapista per gli ambiti della motricità, e dal logopedista nell'ambito della fonazione. Queste figure professionali sanitarie esercitano la professione dopo aver conseguito una specifica laurea triennale (ex diploma universitario), ed eventualmente anche una laurea specialistica o master universitari.
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Generalità
Questo include il benessere fisico, psicologico, emozionale e sociale. Ciò richiede l'interazione tra il fisioterapista, il paziente/cliente, altri professionisti sanitari, le famiglie, i care-giver, le comunità in un processo dove il movimento potenziale viene valorizzato e gli obiettivi condivisi attraverso la specifica conoscenza e competenza del fisioterapista.
Il fisioterapista utilizza l'anamnesi, l'esame fisico e quando necessario i risultati di esami di laboratorio (esame radiografico, ecografico, elettromiografico, ecc.) per arrivare ad una diagnosi e stabilire un piano di trattamento
La fisioterapia comprende numerose specialità: ortopedia, neurologia, reumatologia, geriatria, cardiologia, pneumologia, pediatria, stomatognatica, solo per citare i settori d'intervento più comuni.
Il fisioterapista può esercitare la sua professione in varie modalità: in ambito pubblico o privato, come libero professionista o dipendente presso ospedali o cliniche, presso servizi di riabilitazione, presso servizi di assistenza domiciliari, in ambulatorio o studio professionale, presso centri di ricerca, ospizi, scuole, industrie, centri di fitness e servizi di allenamento sportivo.
La formazione risulta sensibilmente variabile da nazione a nazione. Il percorso formativo spazia da nazioni che prevedono una formazione di livello universitario di 3 anni più 2 (Italia) a nazioni che prevedono una breve educazione formale.
Il Ministero della Sanità, con il D.M. n.741 del 14 settembre 1994, ha introdotto il Regolamento concernente l'individuazione della figura e del relativo profilo professionale del fisioterapista, che all'art.1 afferma:
1. È individuata la figura del fisioterapista con il seguente profilo: il fisioterapista è l'operatore sanitario, in possesso della laurea abilitante, che svolge in via autonoma, o in collaborazione con altre figure sanitarie, gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione nelle aree della motricità, delle funzioni corticali superiori, e di quelle viscerali conseguenti a eventi patologici, a varia eziologia, congenita od acquisita.
2. In riferimento alla diagnosi ed alle prescrizioni del medico, nell'ambito delle proprie competenze, il fisioterapista: a) elabora, anche in équipe multidisciplinare, la definizione del programma di riabilitazione volto all'individuazione ed al superamento del bisogno di salute del disabile; b) pratica autonomamente attività terapeutica per la rieducazione funzionale delle disabilità motorie, psicomotorie e cognitive utilizzando terapie fisiche, manuali, massoterapiche e occupazionali; c) propone l'adozione di protesi ed ausili, ne addestra all'uso e ne verifica l'efficacia; d) verifica le rispondenze della metodologia riabilitativa attuata agli obiettivi di recupero funzionale.
3. Svolge attività di studio, didattica e consulenza professionale, nei servizi sanitari ed in quelli dove si richiedono le sue competenze professionali;
4. Il fisioterapista, attraverso la formazione complementare, integra la formazione di base con indirizzi di specializzazione nel settore della psicomotricità e della terapia occupazionale: a) la specializzazione in psicomotricità consente al fisioterapista di svolgere anche l'assistenza riabilitativa sia psichica che fisica di soggetti in età evolutiva con deficit neurosensoriale o psichico; b) la specializzazione in terapia occupazionale consente al fisioterapista di operare anche nella traduzione funzionale della motricità residua, al fine dello sviluppo di compensi funzionali alla disabilità, con particolare riguardo all'addestramento per conseguire l'autonomia nella vita quotidiana, di relazione (studio-lavoro-tempo libero), anche ai fini dell'utilizzo di vari tipi di ausili in dotazione alla persona o all'ambiente.
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